Murubutu by Andrea Santoro

Edited by Andrea Santoro, Guest Editor in Rome
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Ho un ricordo netto del mio professore di filosofia: i due bottoni della camicia slacciati sulla pancia, un’unica giacca di velluto a coste retta a stento dalle spalle curve. La sua voce impastata e l’odore d’alcol delle parole.

forse da giovane aveva sperato di essere uno dei filosofi di cui era costretto a parlarci ma una serie infinita di giorni uguali a sè stessi aveva affogato il sogno in un bicchiere di rosso, o forse semplicemente non aveva sogni.
Però lo si intuiva chiaramente, a lui non piaceva insegnare. Nè a me piaceva ascoltarlo.

I miei sedici anni erano affascinati dalle eresie, dai rivoluzionari, dai liberi pensatori: le monotone lezioni di quell’uomo in cui si era spenta la passione appiattivano anche le vicende più incredibili dei filosofi di cui mi sono innamorato in un secondo tempo.

Dopo il primo semestre passavo le ore di lettere e filosofia indaffarato nella lettura di altri romanzi, chiacchiere da ultimo banco e bagni della scuola.
Non andavamo d’accordo, voleva mettermi 5 anche se nei compiti eccellevo. Motivi disciplinari, sosteneva. Un po’ mi inorgogliva.

Una volta lontano dalle 5 ore dietro al banco ho iniziato a sentire la mancanza delle vicende che quell’uomo era riuscito a rendere così noiose e riavvicinandomici ho rafforzato la mi convinzione che l’evoluzione della nostra specie sia debitrice più ai filosofi che a tutti i politici, generali e magistrati che ne hanno scritto le pagine.

Ricordo perfettamente la prima volta che ascoltai una traccia di Murubutu, si trattava di Diogene di Sinope e la scuola cinica. Non ne sapevo nulla, assolutamente nulla.
Gli incastri matematici delle rime mi affascinarono, quel flow ruvido, macchinoso, ostile, quasi mi infastidiva.

Rimandai la traccia da capo, troppi contenuti, troppo in fretta.
Mi documentai su Diogene, la riascoltai poi passai ad un’altra canzone dello stesso album.
La ricerca stilistica mi trascinò nell’ascolto. Mi riavvicinai ad una pagina della filosofia che altri erano riusciti a farmi scordare.
Il giorno successivo lo feci ascoltare agli amici. Non piaceva.

Da quell’ascolto sono passati tre anni e Murubutu ha ultimato un nuovo lavoro, la giovane Giulietta e il suo povero padre grafomane. 14 pezzi pieni di contenuto e stilisticamente altissimi, poesia in musica narrata utilizzando le tecniche del rap, che il nostro cantautore ha affinato nettamente negli anni.

L’excursus musicale proposto dall’ artista ci porta dentro alla realtà dei suoi personaggi, passando da storie vere a visionarie allegorie.
Analizzando la struttura dei testi è impossibile non accorgersi della precisione nella scelta delle metriche e nell’utilizzo elegante delle figure retoriche proprie di un tipo di scrittura che si sta perdendo nell’immediatezza del mondo collegato in rete.
Murubutu non si fa mancare nulla in questa nuova fatica, utilizzando riferimenti bibliografici piuttosto ricercati, solcando su vinile l’ispirazione tratta dalle sue letture.

Certo i puristi delle nuove scuole rap storceranno il naso: la scelta delle produzioni è estremamente personale e le tecniche di registrazione e missaggio non seguono certo le tendenze odierne di questo genere musicale che oggi abusa di vocoder ed effetti sulle voci.
Quel che resta è un album che tutti dovrebbero ascoltare, indipendentemente dalle proprie preferenze musicali, lasciandosi trasportare dallo Story telling di questa mosca bianca della scena che, con rapide pennellate in rima, riuscirà a disegnare davanti ai vostri occhi le vicende indimenticabili dei suoi personaggi.

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