Intervista con… Franco Monari

Interview with… Franco Monari

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Franco Monari è nato a Carpi (Mo) nel 1981.
Il suo percorso artistico è cominciato con la pittura, ma dopo alcuni anni ha deciso di abbandonare la tela per dedicarsi solamente alla fotografia.
Le sue prime serie fotografiche sono tutte concentrate sull’archeologia industriale e sulle architetture di alcune strutture in disuso, fotografie che ha sempre scattato cercando di riportare alla luce l’importanza storica e architettonica di quei luoghi dimenticati.

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Negli ultimi due anni ha iniziato un’indagine fotografica mirata alla conoscenza del paesaggio e alla relazione con esso. Tale progetto, “OGNIGIORNO”, è costituito da luoghi che appartengono tutti quanti ad un paesaggio a lui familiare, per certi versi quotidiano, dove la scelta dei soggetti è subordinata ad una determinata sensazione, o stato d’animo, provati in quel momento in relazione con l’ambiente.

Nel 2009 è vincitore del premio fotografico “Tapirulan” (sez.A)
Tra le mostre: “Memore”, Galleria Avia Pervia, Modena; “Il tempo scorre nella fabbrica ritrovata”, Festival Valle Olona, Solbiate Olona.
Tra le pubblicazioni: “Memore” (Mucchi Editore, 2008) 


Quando hai capito che la fotografia è diventata qualcosa di più di 
una passione?

In realtà non ho mai avuto la passione per la fotografia. Voglio dire: non ho iniziato facendo le classiche foto ricordo per poi evolvermi verso un’eventuale fotografia artistica. Il mio approccio è stato del tutto casuale e subordinato alla pittura; infatti ho dipinto per una decina di anni guardando al mezzo fotografico solamente come un rapido strumento di memorizzazione degli scorci che poi avrei ridipinto su tela. Ma con il passare degli anni la pittura non riusciva più a soddisfare le mie esigenze artistiche, al contrario della fotografia, che oggi reputo il miglior medium che io possa utilizzare per dare forma alle mie idee.

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Le tue foto si ispirano molto a quelle di Luigi Ghirri e forse 
anche a Guido Guidi, fotografi che hanno descritto perfettamente 
situazioni e idee nell’emilia e in romagna. Che cosa ti coinvolge 
nella loro modo di rappresentare la realtà?
In effetti guardo molto a Ghirri, ma non solo. In linea generale sono molto attento a tutti quei fotografi emersi in Italia negli anni ’70-‘80 e facenti parte di una cosidetta “nuova ondata” italiana. Autori dunque come Ghirri e Guidi, ma anche Olivo Barbieri, Gabriele Basilico e Franco Vaccari.
Sono attratto da questi autori prima di tutto perché mi “rispecchio” nei loro paesaggi che sono per me familiari e quotidiani. E poi rimango incantato dalla loro abilità nel comporre e nel vedere, doti che permettono loro di ottenere immagini apparentemente semplici e facili, quando invece sono complesse e piene di significato.

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E quali differenze trovi nell’Emilia Romagna di oggi e in quella 
fotografata dai grandi fotografi circa 20-30 anni fa?
In una mia recente serie fotografica ancora in progress, ho voluto proprio analizzare anche questo aspetto temporale ritornando negli stessi luoghi raccolti nel progetto “Esplorazioni sulla via Emilia” ed è stato molto piacevole scoprire che non è cambiato poi molto. Questo credo che sia dovuto all’indiscussa bravura dei sopracitati autori nel aver saputo cogliere i caratteri salienti e le radici di un determinato territorio, fattori che non possono mutarsi con il solo passare di una generazione.

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Nelle tue immagini le persone sono quasi del tutto assenti, ci puoi 
spiegare questa scelta?
Non fotografo le persone perché per me è il paesaggio ad essere il protagonista e su di esso voglio indagare ed attirare l’attenzione. Inserirvi all’interno una figura umana creerebbe solamente confusione di soggetti. Al contrario, mi piace molto la presenza di determinate automobili, possibilmente non più di una per immagine, perché sono molto abili nel depistare la data di scatto e quindi mi permettono di “giocare” con lo spazio e con il tempo, evidenziando così i mutamenti del paesaggio nel corso degli anni.

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Come descriveresti i luoghi abbandonati, quasi tutte fabbriche che 
hai fotografato?
A riguardo sento spesso definizioni agghiaccianti come “non luoghi” o “contenitori vuoti”; in realtà questi sono luoghi a tutti gli effetti, così come contenitori ma pieni di storia, vissuto e spesso anche di manufatti architettonici spora le righe. Come si fa a definire “non luogo” un ex ospedale psichiatrico che ancora custodisce i dolori subiti dall’uomo? O una fabbrica oggi chiusa, ma che un tempo ha segnato lo sviluppo economico italiano del dopo guerra?

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Nelle tue foto c’è poco bianco e nero: è una scelta ? Che 
coinvolgimento ti da il colore?
Inizialmente nelle foto d’interni usavo il bianco e nero perché mi aiutava a isolare l’architettura da tutto il resto, ma oggi adopero solamente il colore per un motivo abbastanza scontato e banale: il mondo è a colori. Dedico dunque molta attenzione al colore perché lo reputo un sub-linguaggio della fotografia, ma forse anche per via della mia iniziale vocazione alla pittura.

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Hai mostre in cantiere? Ci descrivi la tua prima mostra ?
L’evento che mi ha permesso di mostrare per la prima volta le mie fotografie in pubblico è stato Book Modena, la fiera del libro svoltasi appunto a Modena: in quell’occasione ho proiettato anche un video con più di 100 fotografie e ho presentato il mio volume “Memore” assieme all’architetto Michele Zini, all’artista Andrea Chiesi e all’assessore all’urbanistica Sitta.
Nell’immediato futuro avrò diverse presentazioni del mio volume e una personale allestita all’interno di un’importante fabbrica dismessa vicino Modena.

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Giacomo Cosua

Giacomo Cosua is the Founder and Editor in Chief of Positive Magazine. He's a journalist member of the Italian Press Association and as photographer he published his works with L'Espresso, La Repubblica, XL, Vice, Purple, AnOther, GQ, Vanity Fair, D della Repubblica and many others.

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