Downsizing di A. Payne, la misura della felicità

Quanto può essere “grande” la felicità? Per Alexander Payne ed il suo Downsizing essa dovrebbe misurare circa 12 cm.
[dropcap type=”1″]L[/dropcap]a 74a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica apre i battenti in grande stile con una pellicola firmata da Alexander Payne (Sideways,Paradiso amaro, Nebraska) in cui vengono affrontati in chiave melò temi eticamente scottanti come il sovrappopolamento globale, l’inquinamento incontrollato ed i diritti-doveri di una società fondata inesorabilmente sulla differenza tra le classi.

L’autore a tutto questo prova a dare utopisticamente una soluzione : “minimizzare” (downsizing) gli esseri umani attraverso un complesso processo chimico al fine di produrre una società che consumi meno e produca meno inquinamento, in altre parole una società più “piccola“.

Il topos cinematografico della riduzione sicuramente non è una novità quanto a contenuto (Tesoro, si sono ristretti i ragazzi, 1989 e Un salto nel buio, 1987 per citarne alcuni) ma piuttosto una novità di intenti che dona al film un tratto di interesse a primo acchito.

Al centro della vicenda si trovano i coniugi Safronek Paul e Audrey (Matt Damon e Kristen Wiig) che trovandosi in difficoltà finanziarie decidono di affrontare il processo di miniaturizzazione sperando così di avere una vita migliore nei nuovi e iperaccessoriati “villaggi per piccoli”: il processo, inventato qualche anno prima da un team di studiosi norvegesi, non é infatti obbligatorio ma una scelta -definitiva ed irreversibile- lasciata al libero arbitrio che ognuno, in coscienza, deciderà se mettere in pratica.
La prospettiva di vita di Paul e Audrey cambia radicalmente rispetto alla tranquilla ma triste routine di Omaha (città natale del regista). Ogni giorno che passa Paul prende atto non solo di non aver realizzato i suoi sogni, ma soprattutto di non sapere più chi sia e quale sia il suo ruolo all’interno di una società ormai allo sbando. Una volta affrontato il processo di miniaturizzazione, trovatosi ormai solo e abbandonato dalla moglie, rimasta “grande”, Paul sarà costretto a fare i conti con una realtà che, sebbene sia di misura ridotta, mantiene le stesse problematiche che affliggono la società reale.

Il velo di Maya viene svelato per Paul con l’entrata in scena di altri personaggi: il ricco vicino di casa serbo Ducan (uno spassoso Christoph Waltz) e la talentuosa Hong Chau che interpreta la parte di una bizzarra vietnamita senza una gamba, dotata di spiccato animo umanitario e che vive nelle favelas del villaggio di miniaturizzati.

Dal desiderio di disegnare una realtà utopica, il film per un buon tratto risulta distopico, in qualche misura inquietante, per poi virare al tono preponderante della commedia. L’insieme risulta gradevole ma la sovrastruttura creata dal regista a livello tematico si mescola in un potpourri dal grande potenziale che però rimane irrisolto.

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