Primarie PD. Renzi trionfa largo ma la coperta resta corta

“La vecchia spaccatura tra Dc e Pci è sparita, la fusione è avvenuta, e restano le fratture tipiche di ogni partito di una sinistra di governo europeo: tra un orientamento più radicale, uno più socialdemocratico filo sindacale, e uno liberal democratico. Con la larga riconferma di ieri, la maggioranza del partito è liberale di sinistra, quella che era solo una infima minoranza quando militavo nell’Ulivo”.
[dropcap type=”1″]C[/dropcap]on lo schiacciante ed indiscutibile successo da parte di Matteo Renzi, le primarie 2017 segnano il definitivo cambio di pelle del PD. La natura del Pd che esce dal voto la spiega così, a La Stampa, Michele Salvati, politologo, economista e primo teorizzatore del Pd.

Lo schema che ha stravinto non prevede innanzitutto alcuno spazio per alleanze a sinistra del PD. Nel suo primo discorso post-trionfo Renzi ha infatti riconfermato che

“L’unica alleanza è con le donne e gli uomini che ci vengono a dare una mano per dire che l’Italia ha un grande progetto nei prossimi quattro anni. La grande coalizione non la vogliamo fare con presunti partiti che guardano solo a se stessi”.

Fatto salvo un dialogo con Giuliano Pisapia (tuttavia mirato alla cooptazione e non alla coalizione), il bis-segretario non ha intenzione di tradire chi gli ha voluto dare una nuova chance da leader dopo il tonfo del 4 dicembre, riconoscendo in toto i meriti della sua azione di governo, compresi il Jobs Act e la riforma della scuola, anelli spezzati di una catena che teneva ancora unito tutto il PD.

In fin dei conti la vittoria di Renzi premia un lavoro di ruvido cesello, fatto più a colpi di mazza che di scalpello, proprio per ottenere quella natura del Pd ideale per realizzare il suo progetto di sempre e mai finora realizzato: conquistare la grande maggioranza dell’elettorato moderato. Una tipologia che anche visivamente era ben evidente lungo le code davanti ai seggi delle primarie. Un popolo da maggioranza silenziosa che Renzi invocava per sé già al referendum costituzionale, fedele più all’idea di stabilità che di cambiamento, e decisamente dall’alto tasso di anzianità: un corpo elettorale specularmente simile a quello che ha garantito la lunga stagione berlusconiana.

Il trionfo renziano definisce dunque la pelle del PD. La sua natura, sommata ad una legge elettorale che difficilmente cambierà la propria natura proporzionale, avvia il partito verso un orizzonte naturale di alleanza con i moderati di centrodestra. Sempre a patto che Forza Italia e PD riescano a fare numericamente maggioranza.

Questa è la prima coperta corta per Renzi. Anzi, l’ultima. Perché i conti vanno fatti a partire da questo 30 aprile. Il calo della partecipazione, con la perdita secca di un milione di votanti rispetto ai 2,8 milioni del 2013, è un dato che non deve ridicolizzare la prova di democrazia delle primarie, ma che non può neppure essere letto a cuor leggero.

Il crollo registrato nelle regioni rosse (in Emilia-Romagna -48%: a Bologna nel 2013 ci furono circa 98 mila elettori, ieri 54 mila. Stesso quadro in Toscana: – 46%. A Firenze 48 mila voti quattro anni fa e 27 mila ieri) è il segnale eloquente di uno sfilacciamento del partito sul territorio che si è consumato in questi ultimi quattro anni e che lo stesso Renzi riconosce ufficialmente parlando ora dell’esigenza di ‘aprire i circoli’ e di ‘ricoinvolgere dal basso, casa per casa’. Contemporaneamente testimonia che la scissione è causa-effetto di uno strappo reale, sebbene ciò non possa corrispondere automaticamente ad un consenso già a totale appannaggio di Bersani, D’Alema & Co, obbligati più che mai a lavorare ora per la difficile costruzione di un soggetto ampio a sinistra del Pd.

La coperta corta sta dunque, innanzitutto, nell’impossibilità per Renzi di provocare o consentire ulteriori scissioni penalizzanti per la sua stessa ri-scalata a Palazzo Chigi. Perdere o isolare anche quel 30% di componente socialdemocratica o più radicale, che ha voluto rimanere dentro il PD e che è rappresentata oggi rispettivamente da Andrea Orlando e Michele Emiliano, sarebbe un prezzo che il riconfermato segretario non può pagare nemmeno in nome delle sue più sfrenate ambizioni da premier. Perché sfilaccerebbe ulteriori canali di contatto con pezzi di società e di elettorato che i due sfidanti, pur senza trionfi, hanno comunque avuto il merito di contenere all’interno del PD e con la volontà di rimanere nel PD, evitando altre perdite. A quel punto l’ipotesi di un miracolo dell’autosufficienza al 40% apparirebbe ancora più lontanissima.

Renzi è chiamato a gestire quelle ‘fratture tipiche di ogni partito di una sinistra di governo europeo’ definite da Salvati. Ed è chiamato nuovamente alla prova della mediazione contro la tentazione delle decisioni a strappo che hanno segnato la stagione delle direzioni nazionali bulgare, preludio della scissione.

La coperta corta di Renzi sta dunque in un bivio tra la fortissima legittimazione moderata e la sottile ma indispensabile diga contenitiva a sinistra. Tra l’apertura al centrodestra e lo sguardo fisso di Orlando ed Emiliano verso un’alleanza di centrosinistra.

E, non da ultima, sta nei nodi legati alla legge elettorale e alle figure dei capilista bloccati. Ad esempio, a dispetto della sua disponibilità a cancellarli e dei richiami unitari di queste ore, Renzi potrebbe invece andare al raddoppio, puntando sull’introduzione dei capilista anche al Senato. Un’ipotesi che vede già sul piede di guerra le parti che lo hanno sfidato alle primarie e che, se concretizzata, gli consentirebbe di garantirsi un numero maggiore di fedelissimi. Pronti a concretizzare uno scenario da larga intesa che andrebbe bene al popolo renziano. Ma che sarebbe anche funzionale al M5S che non vede l’ora di rimpinguare i propri consensi puntando l’indice sul ‘grande inciucio’.

Anche queste saranno le difficili ‘pagine bianche da riempire’, in questo nuovo capitolo compreso tra il Renzi segretario-bis e le prossime elezioni.

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